Barbarano del Capo

Barbarano del Capo è un piccolo paesino del Sud Salento, frazione di Morciano di Leuca, distante 61 km dal capoluogo di provincia. Il piccolo paesino, che ospita 952 abitanti, sorge nella vallata tra Serra Falitte, ad ovest, e Serra di Montesardo a est; si colloca a circa 130 m sul livello del mare e presenta un territorio prevalentemente carsico.

Il paese, noto per la presenza di due vore carsiche, confina con il piccolo centro di Ruggiano ed è equidistante da Montesardo, Giuliano di Lecce e San Dana.

L'etimologia del nome

Come già accennato, le radici di Barbarano del Capo sono da ricondurre all’invasione dei Saraceni che distrussero la città di Veretum nel IX secolo. Con l’arrivo dei Normanni, il re Tancredi d’Altavilla donò il feudo a Lancellotto Capece, la cui famiglia ha lasciato una testimonianza della sua presenza con la costruzione di un importante monumento artistico e militare: una torre fortificata. Le casate che si successero per guidare il Paese furono quattro: i Capece, seguiti dalla famiglia dell’Antoglietta (1297 – 1350), poi i D’Aquino per una generazione, con il ritorno ancora dell’Antoglietta per un cinquantennio e la ricomparsa dei Capece tra il 1442 fino al 1817.

Luoghi d'interesse

Torre dei Capece

Alla casata dei Capece si deve la costruzione del Castello di Barbarano, di cui resta la torre militare. Da alcune ricerche bibliografiche si evince che la Torre dei Capece aveva un’altezza di 18 m e ai tempi era circondata da un fossato profondo circa 2 metri, colmato nel secolo scorso. L’architrave della porta d’ingresso del castello conserva un autorevole stemma gentilizio che ricorda le nobili origini della famiglia di appartenenza con una data incisa, il 1505, che non lascia dubbi riguardo all’epoca in cui il castello venne edificato. La struttura si sviluppa su tre piani: il primo svolgeva la funzione di posto di guardia; al secondo piano si accede invece attraverso una scala piccola e tortuosa, tipica delle torri costruite nel Cinquecento. L’ambiente si caratterizza per la presenza di quattro finestrelle di forma rettangolare, poste in direzione dei quattro punti cardinali che consentivano di tenere sotto controllo la situazione intorno all’edificio fortificato. Sul terrazzo sono invece posizionate sette aperture ad arco che assicuravano la sistemazione di alcuni armamenti da guerra da cui colpire il nemico. Una grande corte interna si trova invece al piano terra, su cui si affacciavano gli alloggi residenziali e vari locali di servizio, tra cui una scuderia. L’area sottostante la corte è completamente vuota; un’enorme cavità profonda circa 13 metri costituiva un serbatoio capace di assicurare autonomia idrica per mesi interi alla vita della comunità.

Un tempo la piccola Barbarano del Capo era chiamata “Leuca Piccola”, dal momento che rappresentava un punto di riferimento per i pellegrini che cercavano “riparo” prima di arrivare alla “fine della terra”, ovvero il Santuario De Finibus Terrae a Santa Maria di Leuca, primo passo per chiedere la redenzione dei propri peccati e per accedere al Paradiso, secondo quanto tramandato per leggenda.

Il Santuario di Santa Maria di Leuca del Belvedere, che fa parte del complesso monumentale di Leuca Piccola è stato voluto dal barone Francesco Annibale Capece e fu costruito tra il 1685 e il 1709. Esso venne concepito come luogo di preghiera e di ristoro. Il cammino verso la tappa finale dei pellegrini era lungo e faticoso e si snodava attraverso tutta una serie di piccoli sentieri che attraversavano l’entroterra salentino, intervallati da tantissime testimonianze di culto e punti di sosta dove i pellegrini trovavano ristoro prima di rimettersi in viaggio. Nel complesso di Leuca Piccola, infatti, non c’era solo una Chiesa per la preghiera, ma una locanda per il ristoro, i sotterranei con le nicchie per il riposo, i pozzi per l’approvvigionamento idrico e le scuderie e mangiatoie per i cavalli e altri animali domestici.

La chiesetta per la preghiera è impreziosita da numerosi affreschi che ne arricchiscono le pareti, quasi tutti dedicati ad i Santi più cari della tradizione popolare salentina (San Lazzaro, Sant’Oronzo, Santa Barbara, San Francesco da Paola, Santa Marina, Santa Lucia, San Pasquale, San Gennaro, San Leonardo e i 4 evangelisti). Particolarmente pregiati i due confessionali ricavati nella roccia. Nel 1711 Monsignor De Rossi, in seguito ad una sua visita a Barbarano, definì il complesso monumentale Santa Maria di Leuca del Belvedere per distinguerlo dal Santuario di Santa Maria di Leuca.

Il peso e l’importanza che la religione aveva nel piccolo borgo rurale di Barbarano del Capo è testimoniata dalla presenza di un’altra struttura, ovvero la Chiesa Madre di San Lorenzo.

La struttura risale alla metà del XVI secolo e venne riedificata in seguito alla distruzione della Chiesa di Santo Stefano, avvenuta per mano dei Turchi, nel 1537. Essa venne costruita per volere di Mario Capece, un feudatario locale che pensò fosse migliore posizionarla fuori dal centro, per essere meglio difesa.

La chiesa, dallo stile neoromanico, presenta altari in stile barocco dedicati a San Lorenzo, alla Madonna del Rosario, alla Madonna Immacolata e a San Francesco d’Assisi. L’altare di San Lorenzo è di patronato della famiglia Capece ed è sormontato da una grande tela del pittore Fra Angelo da Copertino. L’altare maggiore è del 1723, mentre al 1773 risale la sostituzione del tetto avente una volta a stella decorata con stucchi.

Poco distanti dal complesso monumentale di Santa Maria di Leuca del Belvedere si trovano le vore di origine carsica, rispettivamente Vora Grande e Vora Piccola, certamente tra le più note cavità carsiche dell’intera provincia leccese. Si tratta di due cavità naturali, profonde 34 m (Vora Grande) e 25 m (Vora Piccola) ed hanno entrambe una morfologia composita. Sono costituite da una passerella scavata lungo le pareti che permette ai visitatori di raggiungere altezze intermedie all’interno senza l’ausilio di attrezzature specifiche.  Il termine “vora” è di origine dialettale e sta ad indicare una depressione o cavità carsica a sviluppo prevalentemente verticale nella quale possono confluire le acque superficiali. Il termine sarebbe quindi sinonimo di “inghiottitoio carsico”.